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Archivio mensile:febbraio 2012

“Le arance sono musulmane, il vino è cristiano. Le pesche sono sciite, l’olio è maronita” se la ride l’autista palestinese che si sta districando nell’affollatissimo traffico di Beirut nell’ora di uscita dagli uffici. L’ironia salva i palestinesi che nel “gioco” delle religioni libanesi hanno vinto il ruole delle vittime sacrificali.

Quando la Olp si rigufiò in Libano e da qui combatteva contro Israele, Arafat si permise di dire di “aver governato il LIbano per dieci anni”. Dopo che la questione palestinese non ha più avuto forza, dopo Sabra e Shatila, dopo la definitiva sconfitta militare degli arabi contro Israele, dopo tutto questo, la comunità palestinese in Libano, che conta circa quattrocentomila persone, è in uno stato di non esistenza. Molti sono costretti nei campi profughi e chi invece in sessant’anni e più di esilio ha potuto farsi una vita ha dovuto sciegliersi il mestiere in una lista ristretta del governo libanese, che ovviamente esclude i lavori migliori e meglio pagati. E i figli nati da palestinesi non possono avere la cittadinanza libanese perché altrimenti l’equilibrio demografico e confessionale del Paese sarebbe destabilzzato.

Equilibrio è la parola su cui si regge il Libano. Si può tradurre anche con precarietà.

“Oranges are muslim, the vine is christian. Peaches are sciies, the oil is maronite” the palestinian taxi driver is laughing, while he’s driving into the crowded traffic of the ednworking timetable. The irony save palestinian people, who in the lebanese religions “game” has won the role as sacrificial victims.

When the Olp has refugeed in Lebanon and it fighted against Israel from here, Arafat could say that “he has conducted Lebanon for ten years”. After that palestinian question has lost power, after Sabra and Shatila, after the final defeat of arab world against Israel, after all, palestinian community in Lebanon, that has about 400mila people, has a non existence status. Many of them are costricted in refugees camp and who has had the opportunity, during a 60 years exilie, to create a own life, had to choose his job among a restricted list by lebanese government, that, obvoiusly, left best job and best paid job out. And children born within palestinian can’t have lebanese citizenship, because otherwise demographic and confessional balance could be broken.

Balance is the word which Lebanon is based on. It could be transalted also as precariousness.

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“E’ un macello, veramente un macello”. Padre Ramzi scuote la testa, visibilmente stanco. Ci riceve in tuta e Iphone nella sua stanza del seminario dei Lazzariti, imponente costruzione appena fuori il quartiere cristiano di Achrafieh, a Beirut. Nel giardino pieno di statue di Gesù e Maria ci sono più persone del solito, intente a pregare in ginocchio o abbracciati ai loro protettori. Sì, non solo in Siria tremano i cristiani. “Se il regime di Assad cadrà, per i cristiani probabilmente non ci sarà più libertà. Se resisterà i cristiani dovranno rispondere dell’accusa di averlo in qualche modo sorretto. Qualsiasi cosa succeda, per noi è un macello”.

La festa di Mar Maroun, santo protettore dei Maroniti libanesi è passata da appena 24 ore, ma la predica che il patriarca Beshara Rai ha tenuto nella gremitissima cattedrale di Saint George non ha lasciato risposte alle domande. “Il nostro patriarca ha cambiato posizione sulla Siria, evitando di posizionarsi troppo vicino a Bashar el Assad. Ma a noi non resta che aspettare di capire come si evolveranno gli eventi” continuna padre Ramzi. La paura dei cristiani libanesi, e quindi di tutti i cristiani del Medio Oriente è quella di essere lasciati soli: “In Iraq c’è la caccia al cristiano, in Egitto sta cominciando adesso. In Siria vedremo e quello che accadrà là, accadrà anche qua. Chi può difenderci? Resterà un Medio Oriente senza cristiani”.

“That’s a mess, really a mess”. Father Ramzi shakes his head, visibly tired. He gets us suited and Iphone in hand, in his room inside Lazzarities seminary, a grand building  just outdoors Achrafieh, christian zone in Beirut. In the garden full of Jesus and Maria statues there are more people than usual, praying kneeling or embraced in theyr protectors. Christian scare not only in Syria. “If Assad regime fall down, probably freedom will not be for Christian people. It if endure, Christian are going to explain why they had support him. Everything could happen, it will be a mess for us”.

The Mar Maroun festivity, holy protector of lebanese Maronities, has pass since amost 24 hours, but the sermon by patriarch Beshara Rai, into the crowded Saint George cathedral, had not given response to the questions. “Our patriarch has changed mind about Syria, avoiding to stay too near at Bashar el Assad. But the only thing we can do is waiting to understand how events develop” father Ramzi say. The lebanese christians fear, as well as every ME’s christians one, is being abandoned: “In Iraq there is the hunt to christians, in Egypt it’s starting now. No one knows what will happen in Syria, and so here. Who can defend us? At the end there will be a Middle East without christians”.

 

“Cosa volete andare a fare in Siria, è pericoloso. Non vedi la tivù ogni giorno che notizie ci dà?” Sì, è vero. A Beirut l’informazione su quanto sta avvenendo nella vicinissima Siria è costante ed esauriente. Cnn, Al Jazeera, Al Arabiya trasmettono 24 ore su 24 video amatoriali da YouTube, interviste radiofoniche con gli attivisti che parlano da sotto le bombe, dirette ed analisi sullo scacchiere geopolitico che si sta giocando sopra le teste delle migliaia di cadaveri che il regime di Bashar Al Assad sta regalando al mondo.

Non sappiamo se in Italia e in Europa, ci sia altrettanta informazione su quello che sta accadendo nel Paese della convivenza religiosa, dell’accoglienza del diverso. In Libano ogni immagine televisiva, ogni frase detta dallo speaker di turno ha una valenza doppia, se non tripla: dapprima c’è la reazione umana, di chi davanti a un massacro del genere soffre oppure parteggia per gli artefici; poi ci si chiede quali conseguenze potrà avere tutto questo sulla propria vita in Libano; infine si cercano legami con la propria religione: chi rischia di più fra sciiti, sciiti alawiti, sunniti, ebrei e cristiani?

In Medio Oriente nessun evento ha mai cause ed effetti chiari ed univoci.

“Why do you wanna go in Syria? You watch the tv everyday, don’t you? So you see news!” It’s true: in Beirut the information about what’s happening in the very close Syria is steady and exhaustive. For all the day Cnn, Al Jazeera, Al Arabiya broadcast amateur videos from YouTube, radio interwiev with acivists speaking under bombs, live news and news analysis about the geopolitical game being played above thousand of corpses that Bashar al Assad regime is giving to the world.

We don’t know if in Italy and in Europe there’s such an information about what’s happening in the country of religious cohabitation and of otherone’s wellcome. Here in Lebanon, every tv spot, every speaker’s speech has a double impact, sometimes a triple one: first of all there’s the human reaction, of whom, in front of such a massacre, really suffers or sides for the authors; after that, lebanese people wonder which consequences would be on their lifes; and then they ask about the religion: who is most likely to risk between shiites, alawities shiites, sunnies, jewish and christian people?

Nothing has clean and unambiguous causes and effects in the Middle East.

 

Beirut vive un periodo di tranquillità. Il Libano e la sua capitale si trovano al centro di un’area, il Medio Oriente, che sta attraversando un momento probabilmente decisivo della sua storia. La vicina e sempre presente Siria è scossa da una rivolta che assomiglia sempre più ad una guerra civile, l’Iran è nell’occhio del ciclone per il suo programma nucleare, Israele sta cercando in ogni modo di uscire dal suo isolamento.

A Beirut si parla di tutto questo, ma ancora non si vede. Ogni frase di Hezbollah può spostare equilibri, ogni mossa al confine siriano può generare crisi internazionali. Tutto giace sotto un’apparente imparzialità.  A Beirut si trema. Questo piccolo Paese sa di essere l’ago della bilancia. “Siamo l’unica area in pace adesso. L’Occidente e la Lega Araba ne hanno bisogno. Ma fino a quando?” si chiedono i cittadini di Beirut.

Siamo tornati qui, ci sembra di non aver mai lasciato questa città. La storia va avanti.

In Beirut is a calm period. Lebanon and his capital are in the heart of Middle east, living a time while its history that probably will be decisive. The near and always attendant Syria is shooked by a rebellion always more similar to a civil war; Iran is in trouble because of its nuclear project; Israel is trying to go out of isolation.

Everybody is speaking about that in Beirut. Nobody can’t see those problems. Every Hezbollah’s speech can move the equilibrium, every action near the Syrian border can create international crysis. Everything’s sleeping under an apparent impartiality. Beirut is trembling. This little country knows to be strategical. “This is the only peacefully country now. Western country and Arab League need that. But for how long time still?” Beirut inhabitants thing that.

We went back here, it seems we never left this city. This story goes on.