Erano gli ultimi giorni dell’Egitto di Hosni Mubarak, ma ancora non lo sapevamo. Era la notte di Capodanno del 2010, poco prima di mezzanotte, quando un’autobomba faceva una strage di cristiani copti ad Alessandria d’Egitto. E’ solo l’ultima grande strage di cristiani che abbia avuto un notevole risalto nelle cronache occidentali, ma ne sono seguite altre, soprattutto in Iraq. Dietro l’evento da prima pagina c’è però una quotidianità, una vita comune che i cristiani d’oriente si trovano ad affrontare in Paesi dove la maggioranza della popolazione è di una fede diversa. Questo spesso ha comportato e comporta una difficile convivenza se non persecuzioni e guerre civili.

Ma cosa significa essere una minoranza? Dove sono i luoghi per professare la propria fede, quali le occasioni? Quando si sposano i cristiani d’oriente, e con chi? Quale idea hanno dei loro connazionali e come convivono con loro? Il Medio Oriente è un ghetto o un luogo di interreligiosità? I cristiani d’oriente hanno usi, costumi e leggi diverse da musulmani o ebrei con cui convivono. Quello che mangiano, quello che bevono, quello che indossano è la prima cifra distintiva delle diversità dettate dalle religioni. A volte la diversità è tollerata, altre valorizzata, altre ancora è motivo di paura.

Siamo convinti che per cercare di comprendere la vita dei cristiani in Medio Oriente non possiamo fermarci alle tragiche notizie di attentati od omicidi. Siamo interessati a capire cosa c’è prima di un’evoluzione così tragica dei rapporti sociali ed interconfessionali. Per farlo, vogliamo e dobbiamo entrare nella quotidianità di questi Paesi, nel regolare svolgimento della vita, del lavoro, della famiglia, dell’istruzione. Essere una minoranza cristiana è una condizione basata esclusivamente sulla religione o è una forza identitaria, comunitaria? Quanti e quali sono le occasioni per riunirsi e cosa c’è alla base di queste comunità?

Il nostro lavoro si basa sulla convivenza con queste famiglie. Passando intere giornate nelle loro case e nei loro pellegrinaggi si crea un rapporto intimo e fiduciario per cui le persone si mostrano naturalmente e il racconto che ne scaturisce è sincero, senza condizionamenti e in alcun modo precostituito da noi. Siamo interessati a vedere abitudini, luoghi e riti dei cristiani, a guardare i loro programmi televisivi, a farci raccontare la storia loro e della loro comunità. Vogliamo capire le motivazioni dietro alla loro diaspora, vogliamo farci spiegare cosa si aspettano di trovare lontano dal loro Paese.

  •  Il libro

Tutto questo dovrà avere come risultato un libro fotografico, suddiviso per Paesi, che non sia un saggio con numeri e statistiche, ovviamente presenti, ma che abbia una natura reportagistica, accessibile anche ai non addetti ai lavori. Le foto racconteranno l’intimità di queste persone, il testo narrerà i loro sentimenti e la loro quotidianità.

  •  Il film

Il linguaggio cinematografico si sposa con il nostro obiettivo. Gesti, posture e dialoghi filmati senza una sceneggiatura ed un copione scritto costituiscono il contenuto del nostro film: una naturalezza non mediata da filtri che possa restituire sullo schermo il rapporto diretto fra Dio, credente e la spiritualità individuale.

 

On 2010 New Year’s eve, almost at midnight, a car bomb slaughtered a large number of Christian copts in al-Iskandariyya. Those were the Hosni Mubarak’s last days, but we didn’t know it yet. That was just the last massacre of christians who gained a big emphasis in western media, but others followed, expecially in Iraq. Beyond the breaking news there is always an everyday ordinary life that christians of the Middle East have to live in countries where the majority of the population has a different faith, which has led and still leads either to a troubled cohabitation or to persecutions and civil wars as well.

What does being a minority mean? Where are the places for professing one’s own religion? What kind of occasions do they have? When do christians of the Middle East get married? And who do they marry? What do they think about their fellow countrymen and countrywomen and how do they live together? Is Middle East a ghetto or an interreligious place? Christians living in the Middle East have various habits and customs, as well as different laws from Muslim or Jewish communities sharing the same territory. What they eat, what they drink, what they wear are the key features of differences dictated by religions. Sometimes that difference is tolerated, sometimes it is exploited, but it can also be a cause of fear.

We  strongly believe that we can not examine only the tragic news about terroristic attack and murders if we really want to understand the life of Christians in the Middle east.  We aim to discover what lies behind such a tragic evolution of social and interdenominational reports. To reach our goal, we are going to live the daily life in those countries, by getting into the everyday life of people working, going to school, staying with their families. Being a christian minority is a condition based just on religion or is it an indentitarian and community power? How much and which occasions to be together are? And what is there at heart of those communities?

Our journalistic reporting focuses on our cohabitation with those families. By living day by day in their houses and by following them in their pilgrimage, we can create an intimate and fiduciary relation that can allow people to show themselves naturally. So, a real narration, without conditioning and not made by us, will spring out. We are interested in watching christians’ habits, spaces and rituals, we want to watch their television programs, we will get them tell their stories and the stories of their community. We want to understand the causes of their diaspora, and what they are looking for outside their countries.

  • The book

Our project is to become a photographic book, each chapter devoted to every single country. The book will be made up of articles and pictures, along with statistics and numbers that will interweave with the history of a millennial faith and of its simbolic places. The pictures will tell people’s intimacy, the words will explain their feelings and their everyday lives.

  • The film

Gestures, postures and words without a screenplay are the content of the film: an unmediated genuinity that hopefully will tell the direct  relationship between God, believer and individual spirituality.

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